progetti dal territorio
Territori, tecnologie e relazioni dal Forum della Non Autosufficienza 2025
Al Forum della Non Autosufficienza 2025 abbiamo provato a fare una cosa semplice solo in apparenza: mettere attorno allo stesso tavolo territori, servizi, ricerca clinica e startup per chiederci come rendere davvero possibile l’autonomia delle persone, anche in condizioni di fragilità o disabilità.
Nel workshop “Innovare l’autonomia: territori, tecnologie e relazioni che generano opportunità”, promosso da Clust-ER Health, il filo rosso è stato chiaro fin dall’inizio: l’autonomia non è un atto individuale, ma il risultato di un ecosistema – fatto di case, quartieri, servizi sanitari, politiche sociali, strumenti digitali e, soprattutto, relazioni di cura.








Territori che sperimentano nuovi modelli di cura
La prima parte dell’incontro ha messo al centro i laboratori territoriali: contesti reali in cui i servizi stanno cambiando passo, spesso in modo silenzioso ma molto concreto.
A Mirandola, il TeleCommunity Lab nasce in un distretto in cui circa 11.000 persone fragili con malattie croniche vivono al proprio domicilio. Qui l’obiettivo non è “aggiungere un’app” al sistema, ma ripensare il luogo di cura, usando la telemedicina come leva per innovare i servizi di assistenza: focus group con il personale sanitario su wound care, telemonitoraggio, televisita e aderenza terapeutica; questionari ai caregiver per capire bisogni, competenze digitali, uso di dispositivi medici; un hackathon con gli studenti ITS per tradurre questi bisogni in nuove soluzioni.
Il risultato è un processo che avvicina ospedale, territorio, famiglie e imprese medtech, e che prepara il terreno per percorsi di connected care realmente sostenibili.
Sempre in Emilia-Romagna, a Calderara di Reno, CASA CARE lavora su un altro pezzo essenziale dell’autonomia: l’abitare. Il progetto prevede la creazione di un co-housing di transizione per persone con disabilità motorie e/o cognitive, in cui sperimentare in sicurezza competenze di vita autonoma prima di fare il passo verso una casa propria.
La struttura è stata progettata attraverso un processo di co-design che ha coinvolto utenti, famiglie, operatori e aziende: monolocali di diversa tipologia, bagni accessibili, cucine adattate, una zona giorno comune e spazi per la formazione. Domotica, elettrodomestici smart, sensori ambientali, app per la gestione della routine e perfino una lavanderia con sistema a gettoni – pensata per educare ai consumi – trasformano la casa in un laboratorio di autonomia. Le soluzioni testate qui saranno poi trasferibili e adattabili alle abitazioni future dei partecipanti.
Il diritto a muoversi: esercizio, mobilità e riabilitazione connessa
L’autonomia è anche, banalmente, poter muovere il proprio corpo, allenarlo, mantenerlo il più possibile efficiente.
Lo ha ricordato con chiarezza il progetto SCI–HOME ACTIVE dell’Istituto di Montecatone, che ha presentato uno studio pilota su un programma di esercizio supervisionato home-based per persone con lesione midollare cronica. La ricerca parte da un dato scomodo: meno del 30% delle persone con lesione spinale raggiunge i livelli di attività fisica raccomandati dall’OMS, ed è fino a 15 volte più probabile che conduca una vita sedentaria rispetto alla popolazione generale.
Nel programma, otto partecipanti hanno seguito per dodici settimane un percorso di esercizi personalizzati, supervisionati a distanza tramite sensori indossabili (per monitorare parametri fisiologici e postura) e questionari strutturati. L’aderenza media è stata del 72%, senza eventi avversi, con un livello di soddisfazione complessivo superiore al 90% e miglioramenti nella forza degli arti superiori e nella percezione di salute e benessere.
Il messaggio è forte: l’attività fisica adattata e supervisionata da remoto può essere una risposta concreta alle barriere ambientali e logistiche, e va pensata come parte integrante dei percorsi riabilitativi a lungo termine.
A questa visione si collegano anche le soluzioni presentate da due startup della rete Clust-ER Health.
- eSteps propone una piattaforma di intelligenza artificiale per la mobility longevity, basata su una soletta smart, una companion app e una dashboard per clinici. L’obiettivo è monitorare in modo continuo i parametri di cammino – oggi in particolare in persone con sclerosi multipla – e prevenire la progressione della disabilità: dai dati condivisi emergono, tra gli altri, una riduzione fino al 30% delle cadute, una migliore allocazione delle risorse e un calo significativo delle visite ospedaliere.
La logica del “digital twin” della persona, che integra dati clinici, ambientali e comportamentali, apre scenari interessanti anche per la programmazione dei servizi. - DigitalRehab ha presentato AuReha, una soluzione di telere-riabilitazione che integra una maglia sensorizzata per il monitoraggio del movimento, ambienti virtuali gamificati con virtual coach e una piattaforma web che permette ai terapisti di personalizzare il percorso e seguire i pazienti nel tempo tramite dati oggettivi e analitiche in tempo reale.
L’idea nasce da un problema globale: oltre 2,4 milioni di persone nel mondo hanno bisogno di riabilitazione, ma meno della metà ha accesso a servizi adeguati. AuReha lavora proprio su questo gap, puntando su engagement, self-management e continuità di cura, con una roadmap che va dagli studi di sicurezza e usabilità fino alla certificazione come terapia digitale (DTx) in classe IIa secondo il Regolamento MDR.
In tutti questi casi – esercizi a domicilio, sensori indossabili, telere-riabilitazione – ritorna un concetto centrale: spostare il baricentro della cura dall’ospedale alla quotidianità delle persone, mantenendo però una forte regia clinica e dati solidi a supporto.
Autonomia è anche partecipare: turismo, relazioni e punti di vista
Un’altra dimensione spesso trascurata quando si parla di non autosufficienza è il diritto a vivere esperienze significative, come una vacanza o una giornata fuori porta, e il diritto a essere visti e compresi per quello che si vive ogni giorno.
Il progetto ADRINCLUSIVE, coordinato a livello italiano dalla Fondazione Maratona Alzheimer, lavora proprio su questo piano: costruire un modello innovativo di vacanze inclusive per persone con demenza lungo l’Adriatico.
A Cesenatico, ad esempio, viene organizzata una settimana di soggiorno su misura per persone anziane con demenza e per i loro caregiver: mattinate in spiaggia, attività di ginnastica dolce, arteterapia, musicoterapia, visite guidate, dog therapy, momenti formativi e spazi di respiro per chi si prende cura dei propri cari.
L’idea è rendere “normale ciò che oggi è straordinario”: non un’iniziativa isolata, ma un modello europeo di turismo inclusivo, sviluppato nell’ambito di un progetto Interreg Italia–Croazia che coinvolge comuni, associazioni Alzheimer e soggetti dell’innovazione.
Il turismo diventa così una forma di welfare: riduce isolamento ed esclusione sociale, migliora benessere psicologico, rafforza le reti di supporto e, allo stesso tempo, apre nuove opportunità per i territori che vogliono essere davvero accoglienti per tutte le età e condizioni.
Sul fronte della percezione e dell’empatia, la startup Includia ha presentato il progetto E.S.P.E.R.T.I.S.E., un simulatore in realtà virtuale e ambienti 3D che permette a aziende, istituzioni e scuole di “mettersi nei panni” di persone con diverse forme di disabilità – fisiche, sensoriali, cognitive – in contesti come uffici, scuole e spazi pubblici.
Attraverso visori VR, pc, tablet o smartphone, gli utenti si confrontano con barriere architettoniche, difficoltà comunicative e ostacoli ambientali e possono sperimentare ausili e soluzioni accessibili. L’obiettivo è duplice: sensibilizzare e trasformare la progettazione di ambienti e processi, generando cambiamenti concreti nelle politiche HR, nei layout degli spazi e nell’organizzazione del lavoro.
Cosa abbiamo imparato e cosa possiamo fare, adesso?
Guardando insieme questi progetti, emerge un quadro molto chiaro:
- L’autonomia non è un “plus” da aggiungere alla fine del percorso, ma il criterio con cui pensare fin dall’inizio servizi, case, tecnologie, vacanze, percorsi riabilitativi.
- Le soluzioni più interessanti nascono quando territori, servizi sanitari, mondo della ricerca, imprese e terzo settore lavorano insieme, come accade nei laboratori territoriali, nei progetti europei e nelle startup che collaborano con clinici e associazioni di pazienti.
- La tecnologia funziona davvero solo se è integrata in percorsi di cura, accompagnata da formazione (per professionisti, persone e caregiver) e sostenuta da evidenze cliniche e modelli organizzativi solidi.
Come Clust-ER Health, il nostro impegno è continuare a mettere in rete queste esperienze, dare loro visibilità, favorirne la replicabilità in altri contesti e portare la voce di chi le sta costruendo all’interno dei luoghi in cui si decidono politiche e investimenti sulla non autosufficienza.
Questo workshop non è stato un punto di arrivo, ma un tassello di un lavoro più ampio: costruire, passo dopo passo, un’idea di autonomia che non coincida con l’“arrangiarsi da soli”, ma con la possibilità di contare su comunità, tecnologie e servizi capaci di stare davvero dalla parte delle persone.